Dieci giorni fa, Angelica ha compiuto tre anni.
Dieci giorni fa l'ho allattata per l'ultima volta nella sua e nella mia vita.
Un legame stupendo, un'avventura favolosa, spesso divertente, talvolta fastidiosa, quasi sempre tenera, che è durata tre anni esatti.
In fin dei conti, tutta la sua vita. Intorno a lei, ogni cosa è cambiata, ma le "nenne" restavano sempre lì, sempre uguali, sempre rassicuranti, sempre pronte a dare il loro conforto nei momenti difficili, a conciliare il sonno, ad aiutare il relax, a sfamare, dissetare, proteggere.
Tre anni, che se ci rifletto sembrano un'eternità, invece sono passati via.
Non posso ancora dire che ne sento la mancanza. Lei forse un po' sì, ma si consola abbastanza bene con le coccole, gli abbracci e i baci che la accompagnano nel sonno, quando mi corico accanto a lei.
Un'esperienza a tratti buffa, sicuramente per la quale ne è ampiamente valsa la pena.
Un'altra casellina da spuntare: fatto.
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23/06/13
03/02/11
Scrivere in sogno
Una volta avevo letto che non è possibile leggere o scrivere correttamente nei nostri sogni, perché la scrittura e la lettura sono governate da un certo emisfero del nostro cervello mentre i sogni vengono elaborati nell'altro.
Personalmente, da quando ho fatto quella "scoperta", mi è capitato molto più spesso di trovarmi a leggere o scrivere in sogno. Anche stanotte.
Dovevo scrivere il mio nome e cognome, stavo compilando un modulo di non so cosa e mi rendevo conto che non riuscivo a scrivere correttamente, saltavo qualche vocale del nome e le doppie del cognome. Però me ne accorgevo e le correggevo. Secondo me questo è ben diverso dal "non potere" scrivere.... perché stando a quello che avevo letto, non dovremmo essere proprio capaci di rendere la grafica della scrittura, insomma invece di lettere dovremmo fare scarabocchi... invece io ricordo perfettamente le lettere scritte bene, anche se con difficoltà, come se la penna dovesse inciderle sulla pietra, per fare un esempio.
Mi chiedo se sia qualcosa che capita soltanto a me...
Personalmente, da quando ho fatto quella "scoperta", mi è capitato molto più spesso di trovarmi a leggere o scrivere in sogno. Anche stanotte.
Dovevo scrivere il mio nome e cognome, stavo compilando un modulo di non so cosa e mi rendevo conto che non riuscivo a scrivere correttamente, saltavo qualche vocale del nome e le doppie del cognome. Però me ne accorgevo e le correggevo. Secondo me questo è ben diverso dal "non potere" scrivere.... perché stando a quello che avevo letto, non dovremmo essere proprio capaci di rendere la grafica della scrittura, insomma invece di lettere dovremmo fare scarabocchi... invece io ricordo perfettamente le lettere scritte bene, anche se con difficoltà, come se la penna dovesse inciderle sulla pietra, per fare un esempio.
Mi chiedo se sia qualcosa che capita soltanto a me...
06/12/10
Sogni ricorrenti
Nei miei sogni sono tre gli elementi che ricorrono più spesso: il mare, le scale labirintiche e l'ascensore che si blocca.
Almeno una volta a settimana faccio un sogno con almeno uno dei tre elementi, come minimo.
Il mare rappresenta me stessa, lo so, lo sento. Raramente è calmo e cristallino. Il più delle volte è agitato e fangoso, o infestato da strane creature. Quasi mai nuoto o mi tuffo, il più delle volte lo evito, ma capita che incidentalmente finisca a mollo e allora quasi sempre mi sveglio. Forse è un non volere ammettere un certo lato della mia personalità o dei miei pensieri, chissà.
Le scale sono sempre labirintiche. Larghe, ma buie e anguste e nella maggiorparte dei casi "scendono". Questo non so interpretarlo, non so cosa significhi, ma va a finire sempre che nel seguire queste scale che scendono mi perdo.
L'ascensore si blocca sempre. Ogni volta. E ogni volta è piccolo, stretto e affollato. A volte mi ritrovo schiacciata contro le porte scorrevoli ed è per questo che si blocca. Ogni volta che c'è un ascensore da prendere in sogno io *so* che si bloccherà, ma lo prendo lo stesso, anche se poi resto bloccata e mi pento di averlo fatto. L'ascensore rappresenta i miei errori, ed è particolare il fatto che, al contrario delle scale, quasi sempre sale. Sale però si blocca.
Ho come la sensazione che tutto questo indichi un senso perenne di frustrazione che mi accompagna, una ricerca di aspirazioni e desideri che non va a buon fine. Se scendo mi perdo, se salgo rimango bloccata.
Il pantano fangoso invade da anni anche i miei sogni, a quanto pare, ed io forse me ne sto rendendo conto solo adesso.
Questa non è depressione post-partum. E' depressione post-vitam. Mea vita.
Almeno una volta a settimana faccio un sogno con almeno uno dei tre elementi, come minimo.
Il mare rappresenta me stessa, lo so, lo sento. Raramente è calmo e cristallino. Il più delle volte è agitato e fangoso, o infestato da strane creature. Quasi mai nuoto o mi tuffo, il più delle volte lo evito, ma capita che incidentalmente finisca a mollo e allora quasi sempre mi sveglio. Forse è un non volere ammettere un certo lato della mia personalità o dei miei pensieri, chissà.
Le scale sono sempre labirintiche. Larghe, ma buie e anguste e nella maggiorparte dei casi "scendono". Questo non so interpretarlo, non so cosa significhi, ma va a finire sempre che nel seguire queste scale che scendono mi perdo.
L'ascensore si blocca sempre. Ogni volta. E ogni volta è piccolo, stretto e affollato. A volte mi ritrovo schiacciata contro le porte scorrevoli ed è per questo che si blocca. Ogni volta che c'è un ascensore da prendere in sogno io *so* che si bloccherà, ma lo prendo lo stesso, anche se poi resto bloccata e mi pento di averlo fatto. L'ascensore rappresenta i miei errori, ed è particolare il fatto che, al contrario delle scale, quasi sempre sale. Sale però si blocca.
Ho come la sensazione che tutto questo indichi un senso perenne di frustrazione che mi accompagna, una ricerca di aspirazioni e desideri che non va a buon fine. Se scendo mi perdo, se salgo rimango bloccata.
Il pantano fangoso invade da anni anche i miei sogni, a quanto pare, ed io forse me ne sto rendendo conto solo adesso.
Questa non è depressione post-partum. E' depressione post-vitam. Mea vita.
22/08/10
Il caffè
A me il caffè non piace. O per meglio dire, mi piace, ma solo se lo faccio io con la mia macchinetta, oppure al bar.
Il caffè della caffettiera tradizionale mi fa proprio nauseare.
Mi piace il caffè forte, fortissimo, che abbia un gusto concreto. Ovviamente che sia anche discretamente zuccherato. Bastano 3/4 di cucchiaino in una tazzina, non di più altrimenti diventa caramella, però ci vuole.
Io non bevo quasi mai il caffè così, fine a se stesso. Tranne al bar, appunto. Oppure a casa mia, ma raramente.
Per molto tempo prendevo il caffè nel latte, la mattina. Talvolta ci cenavo anche... Che goduria, nelle sere d'inverno, cenare con una gigantesca tazza di caffellatte col pane...! Era la tipica cena delle mie domeniche sera, almeno un paio di vite fa, quando andavamo in campagna dai nonni e stavamo a mangiucchiare e piluccare fino al tardo pomeriggio, per cui la sera non avevamo sufficiente fame da armare una vera cena, ma abbastanza da non andare a letto digiuni.
Quando è nata Matilde ho saltato il caffè nel latte per diversi mesi, perché credevo che fosse quello che le passava, poi, nel mio latte a tenerla sveglia. Poi, verso i 6-7 mesi, ho capito che a tenerla sveglia erano i suoi 23 cromosomi ereditati dal padre, per cui ho ripreso a prendere il caffellatte senza cambiementi significativi, come previsto.
Per Angelica, invece, già durante la gravidanza ho smesso di prendere il caffè, perché avevo molta nausea la mattina (per Matilde, invece, arrivava nel tardo pomeriggio - sera). Avevo bisogno di prendere qualcosa che avesse un sapore vero, forte e deciso. Ci volevano almeno due tazzine di caffè stretto in una tazza di latte, per renderlo congeniale, altrimenti mi sembrava un sapore "lavato".
Quindi sono passata all'orzo solubile, che è più facile da dosare. Basta aggiungere cucchiaio su cucchiaio, fino ad arrivare alla giusta forza del sapore...
Passata la nausea, ho continuato a usare l'orzo solubile, perché mi piace di più del caffè, anche se è tutta un'altra cosa.
Ormai l'unico caffè che prendo è quello del bar, ogni tanto, o più spesso quello del gelato. Ecco, il gelato al gusto caffè, invece, mi piace parecchio. Al contrario della granita o del caffè freddo, che mi fa lo stesso impatto del caffè della caffettiera... bleah!
Stamattina mio marito mi ha chiesto se riprenderò mai, un giorno, a mettere il caffè nel latte, invece dell'orzo.
Boh?
Magari prima o poi lo rifaccio, chissà. Nel frattempo sto bene così: due cucchiai d'orzo, un cucchiaino e mezzo di zucchero e almeno 400 ml di latte. :-)
Il caffè della caffettiera tradizionale mi fa proprio nauseare.
Mi piace il caffè forte, fortissimo, che abbia un gusto concreto. Ovviamente che sia anche discretamente zuccherato. Bastano 3/4 di cucchiaino in una tazzina, non di più altrimenti diventa caramella, però ci vuole.
Io non bevo quasi mai il caffè così, fine a se stesso. Tranne al bar, appunto. Oppure a casa mia, ma raramente.
Per molto tempo prendevo il caffè nel latte, la mattina. Talvolta ci cenavo anche... Che goduria, nelle sere d'inverno, cenare con una gigantesca tazza di caffellatte col pane...! Era la tipica cena delle mie domeniche sera, almeno un paio di vite fa, quando andavamo in campagna dai nonni e stavamo a mangiucchiare e piluccare fino al tardo pomeriggio, per cui la sera non avevamo sufficiente fame da armare una vera cena, ma abbastanza da non andare a letto digiuni.
Quando è nata Matilde ho saltato il caffè nel latte per diversi mesi, perché credevo che fosse quello che le passava, poi, nel mio latte a tenerla sveglia. Poi, verso i 6-7 mesi, ho capito che a tenerla sveglia erano i suoi 23 cromosomi ereditati dal padre, per cui ho ripreso a prendere il caffellatte senza cambiementi significativi, come previsto.
Per Angelica, invece, già durante la gravidanza ho smesso di prendere il caffè, perché avevo molta nausea la mattina (per Matilde, invece, arrivava nel tardo pomeriggio - sera). Avevo bisogno di prendere qualcosa che avesse un sapore vero, forte e deciso. Ci volevano almeno due tazzine di caffè stretto in una tazza di latte, per renderlo congeniale, altrimenti mi sembrava un sapore "lavato".
Quindi sono passata all'orzo solubile, che è più facile da dosare. Basta aggiungere cucchiaio su cucchiaio, fino ad arrivare alla giusta forza del sapore...
Passata la nausea, ho continuato a usare l'orzo solubile, perché mi piace di più del caffè, anche se è tutta un'altra cosa.
Ormai l'unico caffè che prendo è quello del bar, ogni tanto, o più spesso quello del gelato. Ecco, il gelato al gusto caffè, invece, mi piace parecchio. Al contrario della granita o del caffè freddo, che mi fa lo stesso impatto del caffè della caffettiera... bleah!
Stamattina mio marito mi ha chiesto se riprenderò mai, un giorno, a mettere il caffè nel latte, invece dell'orzo.
Boh?
Magari prima o poi lo rifaccio, chissà. Nel frattempo sto bene così: due cucchiai d'orzo, un cucchiaino e mezzo di zucchero e almeno 400 ml di latte. :-)
18/07/10
Il reliquiario
Ho un reliquiario antico in camera da letto. E' una teca, della metà dell'800, che contiene diversi pezzi di stoffa "strusciati" sulle reliquie di vari santi. Almeno così dicono le iscrizioni, poi chissà.
Lo aveva mia nonna materna, nella sua camera da letto, e una quindicina di anni fa io l'ho convinta a regalarmelo quando mi sarei sposata.
Non so cosa mi abbia mai colpito e interessato di questo reliquiario, forse solo il fatto che sia antico e di proprietà della famiglia. In effetti credo che sia proprio questo lo spirito che mi abbia spinto a chiedere a mia nonna (la stessa nonna) anche i mobili antichi della stanza da letto, il letto stesso ecc...
Sul retro del reliquiario le avevo fatto mettere per iscritto il suo desiderio di regalarmelo, ché non si sapeva mai.
Poi mia nonna è stata di parola, e quando ci siamo fatti la casa, insieme ai mobili, al letto e a tutto il resto, ci ha anche dato il reliquiario, che adesso fa la sua figura appeso al muro sul comò.
A guardarlo bene è orribile.
Ha una cornice di legno sottile e sobria che racchiude con vetro le reliquie. Il problema è che anche queste sono "incorniciate" da una moltitudine di cordoncini dorati, riccioli d'oro, bacchette di legno dorate. Insomma, è proprio tascio.
Ma è un cimelio, è un ricordo di famiglia, un'altra di quelle cose che Matilde e Angelica dovranno contendersi un giorno, giocandosela ai dadi o a birra e salsicce.
Perché ne parlo? Perché da tanti giorni non scrivevo nulla sul blog e avevo voglia di scrivere un altro post da "vita da mucca".
Lo aveva mia nonna materna, nella sua camera da letto, e una quindicina di anni fa io l'ho convinta a regalarmelo quando mi sarei sposata.
Non so cosa mi abbia mai colpito e interessato di questo reliquiario, forse solo il fatto che sia antico e di proprietà della famiglia. In effetti credo che sia proprio questo lo spirito che mi abbia spinto a chiedere a mia nonna (la stessa nonna) anche i mobili antichi della stanza da letto, il letto stesso ecc...
Sul retro del reliquiario le avevo fatto mettere per iscritto il suo desiderio di regalarmelo, ché non si sapeva mai.
Poi mia nonna è stata di parola, e quando ci siamo fatti la casa, insieme ai mobili, al letto e a tutto il resto, ci ha anche dato il reliquiario, che adesso fa la sua figura appeso al muro sul comò.
A guardarlo bene è orribile.
Ha una cornice di legno sottile e sobria che racchiude con vetro le reliquie. Il problema è che anche queste sono "incorniciate" da una moltitudine di cordoncini dorati, riccioli d'oro, bacchette di legno dorate. Insomma, è proprio tascio.
Ma è un cimelio, è un ricordo di famiglia, un'altra di quelle cose che Matilde e Angelica dovranno contendersi un giorno, giocandosela ai dadi o a birra e salsicce.
Perché ne parlo? Perché da tanti giorni non scrivevo nulla sul blog e avevo voglia di scrivere un altro post da "vita da mucca".
29/06/10
Un ricordo
Sono passate due settimane e conduco un'esistenza da mucca di allevamento intensivo.
Per uscire dalla monotonia della vita reale (pannolino, tetta, ruttino, nanna, faccende domestiche, pannolino, tetta, ruttino, faccende domestiche ecc...) voglio scrivere un post che non c'entri nulla. Raccontare un ricordo.
Nel marzo-aprile 2002 mi accadde una cosa strana.
Stavo tornando verso la stazione dopo aver seguito le lezioni all'università, era pomeriggio ma c'era ancora luce. Camminavo col mio solito passo spedito, quando mi si avvicina un ragazzo alto, con gli occhiali, che indossava un curioso e pesantissimo giubbottone giallo canarino. Veniva in direzione contraria alla mia e mi si è fermato molto vicino, troppo vicino (ed io ODIO chi mi sta troppo vicino). Mi chiede "Hai 200 lire?"
L'euro era da poco entrato nelle nostre tasche, era ancora il periodo di coesistenza tra le due monete, ma io 200 lire non ce le avevo proprio.
Lui si è allontanato ed ha proseguito la sua strada, ed io la mia, ma continuavo a pensare a quel ragazzo, ai suoi occhiali e i suoi occhi troppo vicini ai miei. Mi aveva lasciato addosso una sensazione sgradevole anche se non saprò mai spiegare il perché.
Continuo a camminare verso la stazione quando, davanti un bar, c'è ferma la moto di un poliziotto. Lui è dentro. Passando accanto alla moto, sento dalla radiolina una voce che descrive "Indossa un giubbotto giallo..." e subito penso al ragazzo che avevo incrociato pochi minuti prima.
Non ho mai saputo se quella voce stava descrivendo proprio quel ragazzo (certo la coincidenza è molto forte, però) nè se si trattava di qualcosa che quel ragazzo aveva fatto prima o dopo il mio incontro, però questa cosa me la ricordo ancora, mi lasciò davvero scioccata.
Chissà se il Perfido se lo ricorda... :-)
Ecco. Da adesso in poi inauguro questa nuova categoria: vita da mucca. Racconti sparsi di ricordi del passato slegati tra loro e anche sconclusionati, che fungano, però, da diversivo per questo blog e per me.
Per uscire dalla monotonia della vita reale (pannolino, tetta, ruttino, nanna, faccende domestiche, pannolino, tetta, ruttino, faccende domestiche ecc...) voglio scrivere un post che non c'entri nulla. Raccontare un ricordo.
Nel marzo-aprile 2002 mi accadde una cosa strana.
Stavo tornando verso la stazione dopo aver seguito le lezioni all'università, era pomeriggio ma c'era ancora luce. Camminavo col mio solito passo spedito, quando mi si avvicina un ragazzo alto, con gli occhiali, che indossava un curioso e pesantissimo giubbottone giallo canarino. Veniva in direzione contraria alla mia e mi si è fermato molto vicino, troppo vicino (ed io ODIO chi mi sta troppo vicino). Mi chiede "Hai 200 lire?"
L'euro era da poco entrato nelle nostre tasche, era ancora il periodo di coesistenza tra le due monete, ma io 200 lire non ce le avevo proprio.
Lui si è allontanato ed ha proseguito la sua strada, ed io la mia, ma continuavo a pensare a quel ragazzo, ai suoi occhiali e i suoi occhi troppo vicini ai miei. Mi aveva lasciato addosso una sensazione sgradevole anche se non saprò mai spiegare il perché.
Continuo a camminare verso la stazione quando, davanti un bar, c'è ferma la moto di un poliziotto. Lui è dentro. Passando accanto alla moto, sento dalla radiolina una voce che descrive "Indossa un giubbotto giallo..." e subito penso al ragazzo che avevo incrociato pochi minuti prima.
Non ho mai saputo se quella voce stava descrivendo proprio quel ragazzo (certo la coincidenza è molto forte, però) nè se si trattava di qualcosa che quel ragazzo aveva fatto prima o dopo il mio incontro, però questa cosa me la ricordo ancora, mi lasciò davvero scioccata.
Chissà se il Perfido se lo ricorda... :-)
Ecco. Da adesso in poi inauguro questa nuova categoria: vita da mucca. Racconti sparsi di ricordi del passato slegati tra loro e anche sconclusionati, che fungano, però, da diversivo per questo blog e per me.