Carino, godibilissimo, molto nel suo stile, un po' autobiografico, un po' assurdo.
Però con Tesio mi sta succedendo quello che mi era successo secoli fa con Licia Troisi e con Stepheny Meyer, ossia la sensazione di essere arrivata tardi, di non aver avuto l'occasione giusta per fare IO quello che hanno fatto loro.
Più leggo Enrica Tesio, più mi accorgo che scrive cose che avrei potuto scrivere io, magari con esattamente le stesse defaillance mie.
Quando l'ho conosciuta, mille anni fa, lei stessa mi disse che sembravamo sorelle; già, un po' mi ci sentivo sorella sua: fisicamente simili, vissuti più o meno simili, stile abbastanza simile. Solo che lei scrivendo ci faceva i soldi e io no.
Ecco, in questo romanzo ci sono delle lacune che sono le stesse che avrei potuto avere io: succedono alcune cose che non vengono poi approfondite. Ci sono alcune scene che dovrebbero essere figura principale invece diventano sfondo secondario. Ma per il niente. Scene che si sarebbero potute tranquillamente elidere senza scalfire di una virgola la trama o il filo logico degli avvenimenti, eppure stanno lì, come un brillantino sul pavimento: non sai da dove viene, chi ce l'ha portato, ma lo guardi e dici che è carino, poi lo togli e il pavimento continua a funzionare allo stesso modo.
Però il romanzo è carino, una specie di fiaba natalizia dei tempi contemporanei.