28/02/26
Sulla neve
27/02/26
Lady Macbeth
Seguo un corso di teatro e quest'anno il saggio conclusivo è un testo di Giovanni Arpino che si intitola "Le bambinacce".
E' una carrellata di personaggi femminili della storia (veri e inventati) che parlano liberamente, esprimendo davvero i loro pensieri e commentando ironicamente le situazioni in cui gli autori o la storia stessa li hanno invischiati.
Io sarò Lady Macbeth, che AMO letteralmente. Una donna così maledettamente umana. La sua storia vorrebbe giustificarla tirando in ballo magia, stregoneria e altre sciocchezze, ma in realtà lei è umana: è la sua ambizione umana che convince il marito a uccidere il Re.
E siccome probabilmente questo sarà il mio ultimo anno, voglio davvero finire con il botto: sto studiando un effetto speciale per farmi gocciolare il sangue dalle mani.
Dovevo fare l'attrice, io.
26/02/26
Le giornate pesanti
Le giornate pesanti prevedono scocciature che si susseguono.
Cose leggere, eh! Mica cose gravi! Ma scocciature: ad esempio tua figlia che ti chiama per chiederti di andarla a prendere a scuola perché sta male, oppure il proprietario della tua ludoteca che - incurante degli accordi con l'ex proprietaria - ti chiede cose inopportune sul canone di affitto. Poi ci sono le cose pesanti, anche, tipo una telefonata di quasi un'ora con tua cognata, in cui ti accorgi che a distanza di un mese e mezzo il dolore di tutti è ancora l'unica cosa viva che rimane.
E nel frattempo poi c'è comunque la quotidianità, fatta di va e vieni dal centro yoga, e di lezioni da preparare, e la casa, la lavatrice, la cena, la gatta.
Le giornate pesanti le riconosci da subito. Di solito iniziano con qualcosa di bello, che serve a dare la forza, a prendere la rincorsa, a fare scorta di benessere per affrontare tutto il resto.
Il mio "qualcosa di bello" è andare dal Capitano al mattino prestissimo e svegliarlo, e fare colazione insieme, e iniziare insieme le rispettive giornate pesanti.
25/02/26
24/02/26
E' ancora presto
23/02/26
La mia faccia
22/02/26
La madeleine delle parole
21/02/26
I ritardatari
Sarà anche vero che io ho l'ansia, e sono accelerata e iperattiva.
Sarà anche vero che dovrei imparare a stare più al mio passo, senza forzarmi sempre.
Sarà anche vero che devo imparare a non pretendere di avere il controllo su tutto.
Sarà anche vero che la vita ci fa cimentare in sfide utili per la nostra evoluzione.
Ma io i ritardatari non li sopporto.
Se ci diamo appuntamento alle 7, mi dà fastidio che alle 6.30 mi dici che sei in ritardo e che ci vediamo alle 7.15.
E me ne dà ancora di più se alle 7.09 mi scrivi che ti sei accorta di aver dimenticato a casa gli occhiali e stai tornando indietro.
20/02/26
Cose da non dire a un'insegnante di yoga #17
19/02/26
E' inglese?
Ci sono tre parole difficili che insegno ai bambini che fanno yoga con me: la prima è l'ossicino rotondo che abbiamo alla caviglia e che si chiama "malleolo", la seconda è l'osso piatto che c'è sopra il ginocchio che si chiama "rotula", la terza è il dietro delle ginocchia che si chiama "cavo popliteo".
Il malleolo lo imparano quasi facilmente. A volte lo chiamano "mallone", oppure "malletto", ma molti di loro lo imparano entro la quarta lezione, e poi non solo non lo dimenticano, ma lo insegnano anche alle famiglie.
La rotula è più facile. Si ricordano che si chiama così perché è simile a una piccola ruota, infatti spesso la chiamano "rotella".
Il cavo popliteo è più complicato, sono due parole, una molto semplice ma fuorviante, l'altra proprio difficile. Allora glielo spiego che "cavo" in italiano significa "vuoto" (lo sentite con le dita che è tutto morbido, come se - appunto - fosse vuoto?) e spiego anche che il "cavo" inteso come filo di alimentazione, si chiama così proprio perché è vuoto, perché il vero cavo è il rivestimento esterno di gomma, poi dentro ci passano i fili di rame, la fibra ottica ecc. Quante cose complicate si imparano a yoga!
La parola "popliteo" invece possono solo memorizzarla e basta, se ci riescono. E ogni tanto sì, ci riescono, ma poi qualcuno mi chiede se, visto che "cavo" è italiano, "popliteo" non sia inglese.
18/02/26
Percezioni diverse
17/02/26
E' passato un mese
E' un mese che te ne sei andato. Stavolta per sempre.
Non riesco nemmeno a odiarti, nemmeno questa volta. Probabilmente non avresti voluto andartene così presto. Violando inevitabilmente la tua privacy, abbiamo scoperto che avevi progetti per il futuro, bei progetti. Non li porterai a compimento, a quanto pare non era il tuo destino farlo, ma di sicuro non volevi morire così presto.
E adesso che te ne sei andato, probabilmente non ti importa più niente dei tuoi progetti, e nemmeno di tutti problemi che ci toccherà affrontare.
Sono incazzata nera, ma con chi?
Quando sono arrivata a casa tua e ti ho visto lì, dentro la bara, ho pensato "Che coglione", ma che colpa ne hai? Nessuna. E allora con chi me la posso prendere? Con l'Universo? Con Dio? Sai che gliene frega di un essere infinitamente microscopico me me, sai che gliene frega della mia rabbia, o della fatica che faccio e continuerò a fare per mantenere l'equilibrio anche dopo questa sciabolata che ha tagliato una corda - l'ennesima - che regge il traballante ponte tibetano su cui sto camminando?
Non è colpa tua. Io mi sto perdendo, ma non è colpa tua.
Forse c'era qualcosa ancora che avrei potuto dirti da vivo, al posto di tutte le invettive che ti rivolgo da morto. Forse c'era anche qualcosa che avrei voluto sentirti dire da vivo, che non mi dirai mai. Ma adesso, pensarci adesso, a che serve? Qual è il senso?
Non c'è un senso. Come non c'è un senso umanamente comprensibile a tutto quello che è successo e che sta succedendo e che ancora deve succedere.
Secondo la mia tradizione, dovresti trovarti ancora nel parcheggio delle anime, a fare la necessaria manutenzione prima di ritornare su questa terra. Sai qual è la cosa bella? Che io ci credo e che da oggi in poi comincerò a cercarti tra i bambini con cui avrò a che fare, perché tu tornerai - oh, se tornerai! - e ci incontreremo di nuovo - oh, se ci incontreremo! - e voglio solo riconoscerti.
Per prendermi cura di te come non sono probabilmente riuscita a fare quando stavamo insieme.
Ti riconoscerò, perché sarai il più stronzo tra gli stronzi, anche a 3 anni.
Preparati bene prima di ritornare, perché non te ne farò passare liscia nemmeno una.

