28/02/26

Sulla neve

E' stato quasi improvvisato, nonostante ne parlavamo da diverso tempo, ma il Capitano mi ha portato oggi nella sua casetta sulla Alpi Marittime, a vedere e toccare la neve. 
E camminarci sopra.
E sprofondarci dentro.
E rischiare di scivolare ogni due secondi.

Sono una creatura marina io...

Però la neve è acqua, e tutta l'acqua - prima o poi - finisce al mare in un modo o nell'altro, dunque anche la neve è mie amica.
Al punto che domani proverò a farci ancora più amicizia, indossando gli sci e cadendo ripetutamente. 
Già mi vedo al CTO, ma sarò sicuramente quella che ride.

27/02/26

Lady Macbeth

 Seguo un corso di teatro e quest'anno il saggio conclusivo è un testo di Giovanni Arpino che si intitola "Le bambinacce".

E' una carrellata di personaggi femminili della storia (veri e inventati) che parlano liberamente, esprimendo davvero i loro pensieri e commentando ironicamente le situazioni in cui gli autori o la storia stessa li hanno invischiati.

Io sarò Lady Macbeth, che AMO letteralmente. Una donna così maledettamente umana. La sua storia vorrebbe giustificarla tirando in ballo magia, stregoneria e altre sciocchezze, ma in realtà lei è umana: è la sua ambizione umana che convince il marito a uccidere il Re.

E siccome probabilmente questo sarà il mio ultimo anno, voglio davvero finire con il botto: sto studiando un effetto speciale per farmi gocciolare il sangue dalle mani.

Dovevo fare l'attrice, io.

26/02/26

Le giornate pesanti

Le giornate pesanti prevedono scocciature che si susseguono.

Cose leggere, eh! Mica cose gravi! Ma scocciature: ad esempio tua figlia che ti chiama per chiederti di andarla a prendere a scuola perché sta male, oppure il proprietario della tua ludoteca che - incurante degli accordi con l'ex proprietaria - ti chiede cose inopportune sul canone di affitto. Poi ci sono le cose pesanti, anche, tipo una telefonata di quasi un'ora con tua cognata, in cui ti accorgi che a distanza di un mese e mezzo il dolore di tutti è ancora l'unica cosa viva che rimane.

E nel frattempo poi c'è comunque la quotidianità, fatta di va e vieni dal centro yoga, e di lezioni da preparare, e la casa, la lavatrice, la cena, la gatta.

Le giornate pesanti le riconosci da subito. Di solito iniziano con qualcosa di bello, che serve a dare la forza, a prendere la rincorsa, a fare scorta di benessere per affrontare tutto il resto.

Il mio "qualcosa di bello" è andare dal Capitano al mattino prestissimo e svegliarlo, e fare colazione insieme, e iniziare insieme le rispettive giornate pesanti.

25/02/26

Cose da non dire a un'insegnante di yoga #18

"In queste lezioni si respira troppo"

24/02/26

E' ancora presto

Stavo tornando a casa, stanchissima da una giornata interminabile di lezioni di yoga con allievi vari, dai 3 ai 55 anni.
Sarà stata la stanchezza, sarà la premenopausa, non lo so. Ho sentito in lontananza la sirena di un'ambulanza e mi è apparso il flash di quale dev'essere stata la scena mentre mia cognata aspettava l'ambulanza sulla soglia di casa di Schroeder, dopo averlo trovato riverso sul pavimento.
Mi è salita l'angoscia. Mi sono ritrovata non lì, con mia cognata, ma con lui, qualche ora prima.

Ma perché?
Perché sei morto in questo modo? 

Io mi ci ritrovo spesso dentro quella scena. Mi ci ritrovo e sento il suo stupore, la sua paura. Mi ci ritrovo dentro, da spettatrice, e piango. Piango ovunque mi trovi, sull'autobus, sulle scale di casa, al supermercato.

E' passato ancora troppo poco tempo.

23/02/26

La mia faccia

Premessa: uno degli aspetti pratici più fastidiosi del mio lavoro è la non importanza che viene data, dalle dirigenze scolastiche, all'avere in istituto un'aula libera e dedicabile solo ed esclusivamente alle attività extracurriculari, di qualsivoglia natura. C'è una sorta di horror vacui per cui se c'è una stanza vuota bisogna riempirla di arredi e corredi per potenziali immaginarie attività, prima ancora di definirle. Le scuole dell'infanzia sono piene di aule adibite a psicomotricità, con ingombranti materassi, cuscini, scale, cubi, piramidi ecc, ma non hanno psicomotricisti. 

Una delle mie mansioni è quella di analizzare e contrattare sul luogo che verrà dedicato alle lezioni di yoga. Perché per loro che non sanno di che si tratta, va bene lo sgabuzzino delle scope, o l'atrio d'ingresso.
A fatica sono riuscita quest'anno (il terzo anno consecutivo) a convincere le maestre che invece di fare lezione in aula, dove 24 bambini riescono a stare seduti comodi, ma non a muoversi liberamente, sarebbe stato meglio utilizzare l'enorme dormitorio. Loro usano le brandine di plastica impilabili: lo capisco che è più comodo piazzarle lì il 10 settembre e ritirarle il 30 giugno, ma si tratta solo di un giorno la settimana e per poche settimane.
Le operatrici non erano d'accordo. Una ha il mal di schiena, l'altra ha troppe altre mansioni da svolgere, l'altra ancora ha il dono di rendersi invisibile... dunque in queste settimane sono stata io sgomberare dalle brandine metà del dormitorio.

Solo all'ultima lezione, la maestra lo ha capito, perché mi ha visto.
Si è fermata e mi ha chiesto: "Ma te le stai togliendo tu le brandine? Ma lì ci sono le operatrici, non potevi chiederlo a loro?"
Le operatrici erano lì, mi vedevano ma non intervenivano.
"Maestra - ho risposto - ho la faccia di una che va lì a chiedere esplicitamente ad un'operatrice impegnatissima nel prendersi il caffè di aiutarmi a spostare quattro brandine da 20 grammi ciascuna?"

Non è un lavoro pesante, lo faccio e basta.

22/02/26

La madeleine delle parole

Sto seguendo un seminario di formazione su una particolare tecnica di rilassamento che voglio introdurre nelle mie lezioni di yoga per gli adulti.
Questo tipo di rilassamento ce lo faceva fare la mia prima insegnante di yoga, quando stavo ancora a Bagheria, ed è proprio a lei che avevo chiesto consiglio e mi ha suggerito di frequentare lo stesso corso che aveva seguito lei.

E' stata un'emozione profonda risentire le stesse parole, le stelle espressioni, lo stesso lessico. E' un metodo, e come tale viene proposto in un modo ben definito, ovviamente con quelle inevitabili variazioni individuali che poi ciascuno apporta in base alle proprie competenze altre, esperienze ecc, ma... c'era proprio lei. Con un'altra forma e un'altra voce, ma quando abbiamo fatto la prima pratica di prova e l'insegnante ha iniziato a parlare... ecco, io ho sentito la mia maestra.

21/02/26

I ritardatari

Sarà anche vero che io ho l'ansia, e sono accelerata e iperattiva.
Sarà anche vero che dovrei imparare a stare più al mio passo, senza forzarmi sempre.
Sarà anche vero che devo imparare a non pretendere di avere il controllo su tutto.
Sarà anche vero che la vita ci fa cimentare in sfide utili per la nostra evoluzione.

Ma io i ritardatari non li sopporto.

Se ci diamo appuntamento alle 7, mi dà fastidio che alle 6.30 mi dici che sei in ritardo e che ci vediamo alle 7.15.
E me ne dà ancora di più se alle 7.09 mi scrivi che ti sei accorta di aver dimenticato a casa gli occhiali e stai tornando indietro.

20/02/26

Cose da non dire a un'insegnante di yoga #17

"No, tanto io gli addominali non li faccio", rispondendo alla mia domanda se fossero stanchi.

19/02/26

E' inglese?

 Ci sono tre parole difficili che insegno ai bambini che fanno yoga con me: la prima è l'ossicino rotondo che abbiamo alla caviglia e che si chiama "malleolo", la seconda è l'osso piatto che c'è sopra il ginocchio che si chiama "rotula", la terza è il dietro delle ginocchia che si chiama "cavo popliteo".

Il malleolo lo imparano quasi facilmente. A volte lo chiamano "mallone", oppure "malletto", ma molti di loro lo imparano entro la quarta lezione, e poi non solo non lo dimenticano, ma lo insegnano anche alle famiglie.

La rotula è più facile. Si ricordano che si chiama così perché è simile a una piccola ruota, infatti spesso la chiamano "rotella".

Il cavo popliteo è più complicato, sono due parole, una molto semplice ma fuorviante, l'altra proprio difficile. Allora glielo spiego che "cavo" in italiano significa "vuoto" (lo sentite con le dita che è tutto morbido, come se - appunto - fosse vuoto?) e spiego anche che il "cavo" inteso come filo di alimentazione, si chiama così proprio perché è vuoto, perché il vero cavo è il rivestimento esterno di gomma, poi dentro ci passano i fili di rame, la fibra ottica ecc. Quante cose complicate si imparano a yoga!
La parola "popliteo" invece possono solo memorizzarla e basta, se ci riescono. E ogni tanto sì, ci riescono, ma poi qualcuno mi chiede se, visto che "cavo" è italiano, "popliteo" non sia inglese.

18/02/26

Percezioni diverse

Il Capitano ed io ci scriviamo spesso delle lettere.
Lettere di carta, di quelle vere, all'antica, scritte con penne stilografiche e inchiostri colorati.
Lui è molto più bravo di me a scrivere, sia sul piano grafico che espressivo-concettuale.
Io sono una pasticciona anche in quel campo.

Per lo scorso San Valentino ci siamo scambiati due lettere e, curiosamente, io mi sono sentita molto ispirata. Dico "curiosamente" perché da un po' di tempo sento di non avere più parole. Parlo, parlo, parlo, ma non ho più parole.
Ero ispirata, quindi, al punto che pensavo che invece della lettera sarebbe venuta fuori addirittura una poesia. Ciò che è venuto fuori, invece, è stato un video, registrato mentre ero sfattissima, in macchina, tra una lezione e l'altra, nel quale gli leggevo la lettera.
Questa cosa ha fatto in modo che io potessi riascoltare le mie parole. In genere quando gli scrivo una lettera nemmeno la rileggo prima di dargliela, invece questa volta ho potuto anche riascoltarla dopo aver ricevuto e letto la sua.

Ne è uscita un'analisi di quanto sia differente il nostro modo di esprimerci l'amore reciproco.
Io ho puntato l'attenzione sul "ti amo e mi faccio bastare quello che riusciamo a fare", lui invece sul "ti amo e sento il bisogno di averne di più".
Due punti di vista completamente opposti.

Gliene ho parlato.
Gli ho parlato di come nelle mie lettere io cerchi sempre di essere rassicurante sul fatto che anche se ci vediamo poco, anche se ogni tanto abbiamo qualche divergenza di opinioni, il mio amore non cambia. E lui mi ha risposto che anche lui nelle sue lettere cerca di rassicurarmi sul fatto che mi vuole, che vuole stare con me sempre di più perché gli sembra che io abbia paura che lui prima o poi smetta.
È vero.
Alla fine abbiamo capito che entrambi, nelle nostre lettere, cerchiamo di rassicurare l'altro su quelli che sappiamo o crediamo essere i suoi punti di insicurezza.

Mi sembra sia una cosa molto bella.

17/02/26

E' passato un mese

E' un mese che te ne sei andato. Stavolta per sempre.

Non riesco nemmeno a odiarti, nemmeno questa volta. Probabilmente non avresti voluto andartene così presto. Violando inevitabilmente la tua privacy, abbiamo scoperto che avevi progetti per il futuro, bei progetti. Non li porterai a compimento, a quanto pare non era il tuo destino farlo, ma di sicuro non volevi morire così presto.
E adesso che te ne sei andato, probabilmente non ti importa più niente dei tuoi progetti, e nemmeno di tutti problemi che ci toccherà affrontare.

Sono incazzata nera, ma con chi?

Quando sono arrivata a casa tua e ti ho visto lì, dentro la bara, ho pensato "Che coglione", ma che colpa ne hai? Nessuna. E allora con chi me la posso prendere? Con l'Universo? Con Dio? Sai che gliene frega di un essere infinitamente microscopico me me, sai che gliene frega della mia rabbia, o della fatica che faccio e continuerò a fare per mantenere l'equilibrio anche dopo questa sciabolata che ha tagliato una corda - l'ennesima - che regge il traballante ponte tibetano su cui sto camminando?

Non è colpa tua. Io mi sto perdendo, ma non è colpa tua.

Forse c'era qualcosa ancora che avrei potuto dirti da vivo, al posto di tutte le invettive che ti rivolgo da morto. Forse c'era anche qualcosa che avrei voluto sentirti dire da vivo, che non mi dirai mai. Ma adesso, pensarci adesso, a che serve? Qual è il senso?
Non c'è un senso. Come non c'è un senso umanamente comprensibile a tutto quello che è successo e che sta succedendo e che ancora deve succedere.

Secondo la mia tradizione, dovresti trovarti ancora nel parcheggio delle anime, a fare la necessaria manutenzione prima di ritornare su questa terra. Sai qual è la cosa bella? Che io ci credo e che da oggi in poi comincerò a cercarti tra i bambini con cui avrò a che fare, perché tu tornerai - oh, se tornerai! - e ci incontreremo di nuovo - oh, se ci incontreremo! - e voglio solo riconoscerti.
Per prendermi cura di te come non sono probabilmente riuscita a fare quando stavamo insieme.

Ti riconoscerò, perché sarai il più stronzo tra gli stronzi, anche a 3 anni.

Preparati bene prima di ritornare, perché non te ne farò passare liscia nemmeno una.

15/02/26

Senza parole

Ho messo il blog privato.
Non ho più parole da pubblicare, ma solo da scrivere.
Continuerò a scrivere e pubblicare, ma nessun altro leggerà a parte me.

14/02/26

Senza voce

Era successo due o tre anni fa, quando ancora facevo lezione coi mocciosi tutte le domeniche.
Ero esausta, lavoravo praticamente 7 giorni su 7 e proprio durante una lezione coi mocciosi da 2 a 4 anni sono crollata. Durante il canto del mantra la voce non mi ha più accompagnato, tremava, stentava. Se n'è accorta persino la ragazza che mi ascoltava da fuori mentre stava alla cassa.

Da allora non ho più cantato. Non in quella struttura.

Oggi ho fatto l'errore di rifarlo. E' la giornata dell'amore per eccellenza e come celebrarlo meglio del canto di un mantra che significa "Tutto è infinito amore"?
L'ho fatto, ma con difficoltà. Dev'essere il luogo. Mi sono ricordata subito di quella volta ed ho fatto una fatica enorme.

Mai più.

13/02/26

Le coppiette

Forse è più che una stranezza, forse è più che una bizzarria, forse rasenta la patologia psichiatrica, ma a me piace osservare da lontano le coppiette.
Non di certo durante le smancerie, ci mancherebbe! Ma quando sono fermi al semaforo pedonale, oppure guardano una vetrina, o si scattano un selfie con lo sfondo di piazza Castello.
Li trovo generalmente teneri, spesso imbarazzati, a volte visibilmente vergognosi nel chiedere a un passante di fare loro una foto migliore.
E magari il passante sono io.
E alla fine mi commuovo.

Non è solo una bizzarria, è evidente.

12/02/26

De cuius

L'avvocata che mi segue per la successione mi ricorda tanto Snoopy quando fa l'avvocato.


Si riferisce a Schroeder morto come "il de cuius".

"Mi può mandare la scansione della carta d'identità del de cuius?"
"Serve che sua figlia maggiorenne compili il modulo in cui si dichiara erede del de cuius"
"Dovremo fare il sopralluogo a casa del de cuius insieme al cancelliere"
E via così...

Lui ne sta ridendo maledettamente, lo so.

Inauguro, in questo modo, una nuova categoria. De cuius.

11/02/26

Il fisichino

Sono successe tre cose.
La prima è che mi sono accorta di avere dei bicipiti tonicissimi durante un esercizio specifico che faccio per allenarli. Mi sono quasi fatta paura da sola, perché normalmente non mi vedo le braccia particolarmente muscolose.

La seconda è che mi viene troppo facile l'esercizio per gli addominali che propongo agli allievi. Ok, ovviamente io lo faccio 4 volte la settimana, loro in genere una, e allora me lo sono reso più difficile, tanto loro non mi guardano mentre lo fanno e non se ne accorgono. Da qualche giorno trovo troppo leggero anche quello di secondo livello.

La terza è una frase che mi ha detto una mia allieva mentre io decantavo la validità sul piano fisico dello yoga aereo. Ho detto: "Io pratico yoga da 14 anni e fly solo da 4, ma come si è rinforzato il mio corpo in questi 4 anni non è lontanamente paragonabile ai 10 anni precedenti di yoga, nonostante io praticassi anche yoga dinamico e più intenso del classico Hatha".
"E infatti io che ti conosco da almeno 6 anni" ha detto l'altra allieva "posso dire che negli ultimi tempi ti sei fatta un fisichino che non avevi minimamente negli anni scorsi. Flessibile lo sei sempre stata, ma adesso sei anche proprio forte".

Mi sono fatta il fisichino.
Ed è tutto naturale: tutto frutto di sudore e lacrime.
Adesso non sono solo flessibile, ma anche forte.
E tutto questo nonostante sia vegetariana.

Dovrei ricordarmene più spesso.

10/02/26

Le due cose

Le due cose che, in questo periodo, mi infastidiscono più di tutto sono:
1) la domanda "come stai?"
2) la frase " ricordati che non sei sola"

Mi infastidiscono perché:
1) è una domanda del ca##o la quale risposta sincera non assomiglia a quella che l'interlocutore si aspetta, quindi mi butto sulla risposta di circostanza 
2) io sono da sola, e lo sono per davvero e in maniera ormai irreversibile, come solo la morte può essere irreversibile. Ho tante persone accanto e intorno che mi sostengono più o meno concretamente e tutto il resto, ma io SONO da sola, oggi più che mai.

Io me lo chiedo spesso che razza di persona devo essere stata in passato, per dover scontare tutto questo.

09/02/26

La maestra della maestra

Mi ha fatto un certo effetto assistere una delle mie formatrici "storiche" nel formare nuove leve dello yoga per bambini.
Io mi sono imbucata alla lezione solo per presentarmi alle allieve, presentare la mia associazione e invitarla a contattarmi nel caso in cui volessero spendersi nei progetti nelle scuole di Torino e dintorni, invece mi sono ritrovata a mostrare esercizi ed asana, raccontare aneddoti di "vita sul campo", rispondere a domande e curiosità varie.

E' stato bello. Stancante, ma emozionante. 
E ricevere il ringraziamento e l'approvazione della mia "maestra" mi ha dato ancora più entusiasmo, al punto che alla lezione di stamattina coi bambini della primaria ho riesumato alcuni esercizi che non ricordavo nemmeno più.

06/02/26

Cassandra

Da tre anni frequento un corso dilettantistico di teatro. Ho sempre amato lo spettacolo e sono naturalmente "istrionica" nel mio modo di essere, quindi sono anche abbastanza portata.

Fin dalle prime lezioni il professore mi ha espressa la sua stima. Gli faccio sempre rizzare i capelli con la mia dizione ("I verbi hanno sempre la E chiusa, si dice "cadére", liberati da queste sicilianate!"), ma gli piacciono le mie interpretazioni.
In queste settimane abbiamo interpretato alcuni monologhi da "Le Troiane" di Euripide, ed io ho preparato il primo monologo di Cassandra.
Quando ho concluso la mia piccola esibizione, lui mi ha guardato in silenzio, con un sorriso orgoglioso: "L'hai fatta esattamente come l'ho sempre immaginata", mi ha detto.
"Bène", ho risposto io
"Béne", mi ha corretto lui, pentendosi del complimento che aveva appena fatto.

05/02/26

La nebbia

Stamattina sono uscita prestissimo, come non mi succedeva da tempo, e sono andata in direzione sud-est di Torino, laddove c'è spazio aperto, fiumi, la collina e i relativi boschi.
Ho (non) visto la nebbia, come non mi succedeva da tempo.

No, non mi ci abituerò mai.

Mi sto abituando a tutto, al freddo, al cielo grigio, all'inquinamento, alla mancanza del mare, al buio presto in autunno e il sole tardi in estate, ma alla nebbia no. Mai.

Capivo che ero ancora sulla giusta traiettoria della strada solo perché vedevo la luce rossa o verde del semaforo.

No, non mi ci abituerò mai.

04/02/26

Perché non ti registri?

Vociare di bambini alla fine della lezione alla scuola dell'infanzia. La maestra mi chiede qualcosa, ma io sento solo "quanti anni".
"Otto anni" rispondo a quella che suppongo sia la domanda sul mio trasferimento a Torino.
"Da quando ne avevi otto?" ribatte lei ammirata.
Ci avviciniamo, ci sentiamo meglio. "No, io mi sono trasferita nel 2017"
Mi guarda inizialmente spaesata, poi capisce che non ho capito: "Ti chiedevo da quanti anni canti".

Ah.

Resto spiazzata dalla domanda, lei lo nota e incalza "Perché sei bravissima, hai una voce bellissima"
La ringrazio, come faccio sempre, mascherando un briciolo di irritazione, come faccio sempre, perché se di 50 minuti di lezione quello che hai notato di più è solo la mia voce che canta abbiamo un problema e, vedendolo dal mio punto di vista, è enorme.

"Secondo me dovresti fare qualcosa"
(Fare qualcosa...?)
"Contattare qualcuno"
(...i pompieri? uno psichiatra? il ministro dell'istruzione?)

Continuo a sorridere e taglio corto: "Va bene, ma tanto il mio lavoro è un altro..."
E sembra finita lì, quando sopraggiunge l'altra maestra, dopo aver portato i bambini fuori dall'aula, che rincara la dose: "Sì, magari potresti solo fare delle registrazioni, così si può diffondere meglio il tuo canto".
Continuo a sorridere che sembro in una sessione intensiva di workout dei muscoli zigomatici.
"Non mi serve diffondere registrazioni del kiirtan (il cosiddetto "canto" NdR), ce ne sono migliaia in versioni migliori del mio. Io preferisco portare ai bambini la tradizione orale del canto, quella che ha diffuso la musica per millenni. Io canto, loro ascoltano, imparano e ripetono. E poi magari insegnano agli altri. Preferisco così, lo trovo più poetico"

Io in quella scuola non ci volevo andare. 

03/02/26

La deviazione

A Torino abito in una zona dove da parecchi mesi e per ancora parecchio tempo si svolgono dei lavori stradali. Un quartiere-cantiere a tempo indeterminato.
I percorsi degli autobus sono costretti a seguire gli sbalzi d'umore dei direttori dei lavori, e allora talvolta deviano da una parte, talvolta da un'altra... 
Oggi ho preso un autobus che solitamente non riesco a prendere perché è di quelli che fanno poche corse solo in orario per i lavoratori e, nonostante abbia ben scritta la destinazione sull'insegna luminosa, la gente non si fida a prenderlo, dunque lo trovo comodo e poco affollato.

Però oggi il guidatore era uno nuovo sulla linea e, quando si è trovato costretto a uscire dalla famigerata rotatoria della piazza-cantiere su una strada che non è quella del percorso canonico, si è fermato e ha chiesto ai passeggeri: "Qualcuno conosce il percorso della deviazione?"
Ovviamo lo conoscevano tutti e non ha faticato a trovare 3 operai che gli si sono messi accanto e lo hanno guidato gira a destra, gira a sinistra ecc.

Però mi ha colpito molto la serenità con cui si è svolto il tutto. Lui che non ha avuto paura né vergogna ad ammettere che non conosceva il nuovo percorso, e i passeggeri che non si sono lamentati, anzi si sono prodigati ad aiutarlo.

A volte succedono cose che mi fanno tornare ad avere fiducia nel genere umano.

02/02/26

Con le buone

Stampante infame, per te solo le lame.


La mia stampante ha un problema, anzi due: 
1) la butterei volentieri giù dal balcone
2) quando deve stampare fronte/retro, al momento del retro si accartoccia sempre il primo foglio mandando a monte tutta la stampa e - conseguentemente - facendomi consumare intere foreste di carta.

Il problema è la carta su cui ha già stampato, perché è tiepidina e leggermente arrotolata. Sì, potrebbe essere un problema di umidità nell'aria che fa in modo che al primo passaggio in stampante vada tutto bene, ma poi il calore la fa leggermente arrotolare, e i sensori la vedono e non la vedono e fanno casino.

Pure la stampante è problematica in questa casa.

Ma deve ancora nascere la stampante che mi mette davvero in crisi. Io sono una donna d'altri tempi, io e mio nonno riempivamo le cartucce originali della sua inkjet con gli inchiostri di quelle compatibili sapientemente estratti e infusi con una siringona degli anni '50. Sniffo polvere di toner per curarmi l'asma, io. 
No, non è vero, la cosa del toner non è vera, però che mio nonno refillava le cartucce della sua Lexmark sì (con una siringona che aveva un ago robustissimo e indeformabile, perché non era usa e getta, ma sterilizzabile).
Mi sono ingegnata, quindi, ed ho trovato in due coltelli gli oggetti della lunghezza giusta e del peso giusto per far stare dritto il lembo iniziale della carta e non urtare la suscettibile sensibilità dei sensori.

Schroeder impazziva quando facevo queste cose, mi diceva che ero la McGiver tra le casalinghe di Bagheria. 
All'epoca ne andavo fiera. Adesso anche, però, oltre la soddisfazione, c'è un retrogusto di amarezza e nodo in gola.